Stamattina ho fatto visita alla signora Gioconda. E’ una signora che ha visto tante cose. Mi ha detto: “Giuseppe ritornerei ora in Canada”. Ho telefonato a mia mamma, mia mamma è del ’51 lei è un po’ più grande. Parlavano al telefono come fossero ancora ragazzine. Bastava guardare negli occhi la signora Gioconda per capire quanto bene si sono volute con mia mamma. Mia mamma le dice “Gioconda quanto ci siamo volute bene e i nostri figli fortunatamente si vogliono bene come ci siamo volute bene noi”. I genitori sono lo specchio dei figli. E mentre guardavo Gioconda che mi raccontava la sua storia, ho visto in quella signora adagiata su un letto da un po’ di tempo, che la vita è una cosa bella e i bei ricordi non svaniscono mai. Basta chiudere gli occhi e ricordare, anche se a volte stai male, bastano i bei ricordi per alleviare ogni cosa.
“Giuseppe tornerei subito in Canada”. Ero sul letto ad ascoltarla, due occhi grandi, azzurri, vivi, pieni di bei ricordi. Ed ora che scrivo piango pensando a lei e pensando a mia madre. E’ la figlia di Pasqualino u Pulicastrise “u re” e “a regina”. Partì da Parenti, un piccolo paese in montagna, negli anni 50. Partì con l’aereo, partì da sola e ritornò con la nave, ritornò da sola dopo 4 anni perché si sposò con il marito e vissero tutta la vita a Petilia Policastro. Una storia semplice semplice di una donna che basta guardare negli occhi per amarla. Io oggi ho capito tante cose. Oggi ho capito tante cose. Eppure con Manuela accompagniamo ogni anno i ragazzi della sua piccola scuola di inglese da Petilia Policastro nelle grandi città e vedo la stessa cosa ogni anno. Ma non ci avevo mai pensato, E’ bastata una chiacchierata con una signora del mio paese che tra l’altro non avevo mai visto per farmi capire tante cose.
Stiamo parlando degli anni 50. Com’era diversa la vita da oggi. Il padre e la madre stavano bene, li chiamavano il re e la regina. “Avevamo 13 muli” mi disse. Avevamo terre, avevamo una casa con due bagni. Ma ad un tratto tutto cambiò. “Per vivere ora ci vogliono i soldi”. Erano in 9 in casa di Gioconda, lei fece le valigie e partì. Partì da sola, i fratelli Quintino, Romano, Ottavio, Santino e Fiorentino erano già li in Canada a Montreal.
Mentre scrivo ascolto musica classica. Un valzer, ora sto ascoltando un valzer e la vedo ballare alla cowboy felice e spensierata come diceva lei. “Ballavo alla cowboy, andavo in discoteca di domenica perché gli altri giorni si lavorava. Lavoravo sempre, facevo anche il doppio turno, è bella l’America. ‘Me scialava puru ca fatigava’ (=anche se lavoravo tanto mi divertivo). Alle 6 si entrava in discoteca, io andavo con mio fratello. Avevo dei vestiti belli, li ho conservati, avevo delle borse belle, anche quelle ho conservato.” Lisetta, la figlia prende dall’armadio una borsetta bianca e dei vestiti, sembravano cuciti ieri, avevano più di 60 anni quei vestiti. Dalla borsa poi Lisetta toglie dei guanti bianchi, un fazzolettino e una boccetta di profumo. Apre la boccia di profumo vuota e mi dice “Giuseppe ancora profuma”. La annuso ed è vero. L’avvicina alla madre Gioconda che sente il profumo, si mette a ridere e dice “com’è forte questo profumo” e negli occhi, in quel sorriso vedo passargli quei 4 anni passati in Canada dopo aver vissuto in un piccolo paese della Calabria, Parenti. “A Parenti, il mio paese, tutti ti voglio bene e tutti ti stimano” mi dice Gioconda.
“Giuseppe ho visto Chicago, New York, sono stata in California”. Io invece non ho visto nessuna di queste città. Quanta invidia mi fa e quanto bene ha fatto a lei ricordare i tempi in cui era ragazza. “Ho visto i concerti di Domenico Modugno, di Claudio Villa. -O Sole mio-. Ho cambiato tre fattorie (factory “azienda”). Prima lavoravo in una trattoria, poi in un’azienda che produceva profumi. Avevo tanti vestiti belli”. Ho visto i vestiti. Lisetta mi mostra quello per la discoteca, quello per la messa, perché ogni domenica mattina andava a messa e quello elegante, di velluto rosso con la coda. Si vestiva bene, ci teneva.
“Avevo fatto amicizia con una ragazza polacca. Faceva degli involtini di verza, cucinava le carote e le cipolle. Come erano buone. Lei mi chiamava Gioconcò. Aveva due figlie la piccola la chiamava baby, che significa la più piccola”. Mi spiegava le parole. Stamattina ho capito tante cose. “Quando andavo a ballare cowboy ‘quanti zumpi? (=quanti salti)” e rideva mentre ora è nel letto. I ricordi sono la migliore medicina ho pensato tra me e me.
“Facevo i doppi turni, avevo la televisione, c’erano i tovaglioli di carta, la lucidatrice”. Per noi sono cose normali, ma negli anni 50 nei nostri piccoli paesi nel dopoguerra non c’era tutto questo. Mi dice “d’estate andavamo in spiaggia” ed io le rispondo “ma anche qui d’estate andavi al mare”. E lei “d’estate al mio paese andavo nei campi di patate e alle 5 di pomeriggio ero in casa”. “la neve in Canada era alta più di 20 metri per uscire indossavo le “craxi” (cleats) Chiamava così una calza che si metteva sopra le scarpe per non scivolare sulla neve. Andavo al cinema, mangiavo i popcorn, Ero libera mi sentivo realizzata, lavoravo tanto ma ero felice. Giuseppe me ne andrei ora in Canada, l’America è bella”. Non so se mi crederete, ma mentre racconto questa storia mi viene da piangere. Gli occhi di Gioconda erano più vivi dei miei e di Lisetta ed Antonio che erano in camera con me. “Ci portavano la spesa a casa. Io lavoravo dalle 7.00 alle 18. Ma alle 6 andavo al forno ad ordinare su un foglietto il pane e lo trovavo insieme al latte a casa”. Sono gli anni 50, nei nostri paesi tutto questo neanche era immaginabile negli anni 50. Lisetta mi dice devi vedere come mangia i popcorn. Gioconda ad ogni popcorn ricordava un film.
Il sogno americano di cui tutti parlano era forse questo. Perché quando parti da un piccolo paese in cui hai 13 muli, terre e tanta fatica ed arrivi in Canada in cui ti senti realizzato nonostante lavori 10 ore al giorno. Forse è forse questo il sogno americano. Chissà quante persone hanno sognato tutto questo. Anche i miei parenti avranno pensato tutto questo. E delle volte penso al mio paese che si sta svuotando, ma davanti agli occhi di Gioconda che vide due mondi negli anni 50 non ho potuto fare altro che stare zitto. “Li lavoravo tanto, ma avevo una mia vita. Qui alle 5 invece ero a casa. Li ero libera”. Nei nostri paesi nel dopoguerra tanta disperazione, in America tanto lavoro e tanti sogni da poter realizzare. Forse è per questo che tantissima gente lasciò il mio paese. Ed ancora partono. Qui non abbiamo mai avuto un lavoro. Una narrazione tutta al contrario.
Non so a voi ma ora che sto raccontando questi fatti, la storia di Gioconda che mi guarda con questi grandi occhi azzurri e sorridenti, mi ha fatto capire ogni cosa. Eppure ce l’avevo a due passi da casa la verità. Era nello sguardo di un’amica di mia madre che ora è distesa dolce nel letto e ricorda ogni cosa. Il gusto dei popcorn e il profumo della boccetta di 50 anni fa. I vestiti, la borsetta, il lavoro, il pane e il latte, la libertà di una donna che lavorava. I salti alla cowboy. “Ho ancora il cappello. L’America è bella, me ne andrei ora”.
Poi dopo 4 anni, ritornò in nave. Impiegò 10 giorni, ma ora era diverso perché quando era partita non sapeva il francese. In Canada si parla anche il francese, e dopo 4 anni riuscì a parlare e capire tantissime cose.”
E quando scrivi ciò che Gioconda ti racconta, la vedi ballare, la vedi lavorare, la vedi uscire con la sua amica polacca, la vedi sfoggiare i vestiti più belli e i guanti di colore bianco. Riesco a vedere ogni cosa. Un valzer, la vedo lavorare ballando alla cowboy.
“Preparavo il vermouth nei galloni, poi lasciai tutto, il presepe, l’argenteria, lasciai tutto. In America facevamo dei grandi presepi. Lasciai tutto. Vendetti l’arredo e con i soldi che avevo guadagnato 3 milioni di lire mi comprai una casa al centro di Cosenza. Lasciai tutto e ritornai al mio paese e poi mi trasferii a Petilia dove feci una bella famiglia. Giuseppe com’era bella l’America. Ripartirei ora”.
E mentre la guardo, e mentre ora sto scrivendo non posso fare altro che piangere. A volte bastano dei semplici ricordi per stare bene anche se sei nel letto. Penso a lei e piango.
“Lavoravo il doppio, ma ero libera. Giuseppe com’è bella l’America”.
Grazie ad Ettore Bonanno ed Alessandro Frontera dell’associazione culturale “FILI MERIDIANI” stiamo realizzando un video che diventerà parte integrante del nostro Museo e della nostra storia.




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